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Omelia Festa dei Popoli

In questo articolo desideriamo riproporre l’omelia di Sua Ecc.za Mons. Matteo Maria Zuppi, Vescovo Ausiliare del Settore Centro durante la XXII Edizione della Festa dei Popoli che si è svolta domenica 19 maggio 2013.

“Care sorelle e cari fratelli, è una grande emozione che ci ritroviamo oggi in questa casa, cattedrale del Vescovo di Roma, a cui va anche il nostro pensiero e il nostro amore, e madre di tutte le chiese.

Qui tutti i cristiani si sentono a casa e da qui ripartono sentendosi a casa in ogni terra per quella loro paradossale condizione di cittadini del mondo, che proprio la Pentecoste c’ha dato. Perché cercano e vivono fin da oggi la patria vera, quella del cielo. Siamo a casa, per molti lontani da casa! Ma questo è il cuore della Diocesi, di questa diocesi che presiede nella carità e nella carità tutti sono sorelle e fratelli.

Vogliamo, con la nostra presenza e con la nostra diversità – stavo guardando le dodici porte che sono tutte uguali e tutte diverse, anche le colombe in alto, tutte diverse come le nostre comunità ed è la bellezza di questa casa – vogliamo aiutare con la nostra diversità Papa Francesco a guardare con simpatia il mondo ed ogni persona, uscendo da noi stessi, dal nostro io per andare nelle periferie umane, cioè le tante persone lontane che diventano vicine nell’amore.

Oggi è Pentecoste e qui è Gerusalemme. Veniamo qui da tutte le parti del mondo. Siamo diversi, ma non siamo una Babele. Anzi. Qui vediamo lo Spirito che ci aiuta a vedere la Gerusalemme del futuro, quando si riuniranno tutte le genti e vedremo la Città Santa scendere bella come una sposa. E questa sposa oggi è bellissima, bellissima. Tutte le genti e anche tutti i giusti, i fratelli più piccoli di Gesù anche, insieme. Ecco, questa è la Pentecoste! Questo è ciò che viviamo e ciò che la Chiesa vuole essere: la famiglia di Dio con la porta aperta senza paura della diversità. Ha paura della diversità chi non ha identità, chi la cerca sempre perché è contro gli altri, perché è debole ed esiste solo contro qualcuno. Ma noi che siamo forti nell’amore non abbiamo paura delle diversità.

Veniamo da lontano, molti scappano, sono scappati, da terre insanguinate, scosse profondamente dal male e segnate dalla fame ed oggi vorrei pensare con voi alla carissima Siria, la terra dove per la prima volta i cristiani furono chiamati “cristiani”, che è ridotta ad un sepolcro e che sembra smarrire sentimenti più elementari di umanità.

Molti, ma potremmo dire tutti noi siamo qui perché cerchiamo futuro per sé e per i loro cari. Per nessuno è mai facile mettersi in viaggio, spesso chi resta fermo non lo capisce o se lo dimentica. Non è mai facile mettersi in viaggio, diventare straniero, perdere spesso tutto. Alcuni sono giunti a Roma con viaggi difficili, qualcuno è sopravvissuto alla morte che ha travolto le speranze e la vita dei loro compagni di viaggio.

Oggi il nostro pensiero va anche a loro, alle tante vittime della violenza, quelle evidenti della guerra e della fame; quelle silenziose dell’indifferenza, che colpisce senza volto, facendo credere che si possa restare spettatori e illudendo di credersi giusti anche se non si fa nulla. Non si è mai giusti se non si ama. Il pensiero va anche alle vittime della burocrazia, quella illegalità che è anche la burocrazia senza volto che rimanda sempre, che ha sempre tempo e finisce per rubarlo, negando i diritti e le possibilità e molti di voi sanno quanto.

Oggi il pensiero va alle tante vittime dell’inaccoglienza, inaccoglienza che arma le mani e i cuori, perché ci si sente in diritto di fronte a qualcuno che si pensa nemico, perché si è inaccoglienti. E la violenza colpisce per strada o in casa, conseguenza di un mondo dove gli uomini si parlano poco, anzi spesso non sanno più parlarsi amichevolmente, come accade ai fratelli di Giuseppe.

Oggi pensiamo a chi vive nella solitudine e vorremmo che per tutti ci fosse un cuore pronto ad incontrare, aperto, sensibile, cortese, amorevole. Perché vedete, non basta aprire la porta e sarebbe già tanto, ma dobbiamo aprire anche il nostro cuore, trasformarlo perché aiuti tanti e tutti possiamo accogliere ed essere vicini a chi è debole.

Oggi pensiamo anche alle tante donne vittime della violenza degli uomini, quella più evidente e anche quella meno evidente, che fa male tantissimo, a quelle donne considerate oggetto o preda e se si hanno un po’ di soldi ci si sente in diritto di comprare tutto. Ecco, pensiamo a tanti che non trovano lavoro: questi fanno parte di questa famiglia raccolta da Gesù! Sono i nostri fratelli gli affamati, i carcerati, gli stranieri! Sono al centro della preoccupazione della Chiesa.

Oggi siamo al centro tutti amati da quello Spirito che ci riunisce che ci rende una cosa e ci dona questa madre così bella, oggi bellissima.

Davvero è una festa dei popoli, la seconda cosa che voglio dire. La Chiesa è questo: è la festa dei popoli, perché Gesù ci ha mandato ovunque, perché tutti i popoli della terra sono con noi, fino agli estremi confini, e ci ha dato anche il suo spirito che ci fa parlare lingue nuove, e che ci fa capire e cantare come oggi in tutte le lingue.

È proprio vero: è l’incontro che cambia! Noi non abbiamo paura dell’incontro, anzi chi non incontra alla fine si scontra; chi non incontra alla fine è condannato ad essere uguale a se stesso. Uno si può credere anche la persona più importante, ma sa solo si riduce a niente. Pentecoste, se volete, è proprio la festa dell’incontro, di un incontro che inizia e che ci fa incontrare tutti.

L’incontro tra Dio e gli uomini, tra il suo spirito e l’uomo, me, la mia persona, l’intimo, il più intimo di me stesso. Allora, tutti oggi parliamo altre lingue, si scioglie la lingua, perché si scioglie la paura, perché sentiamo un amore grande e per questo sappiamo riconoscere il nostro prossimo. È esattamente il contrario di Babele. E guardate, non diventiamo tutti uguali! No, anzi! A Gerusalemme, come qui, rimaniamo diversi, ma tutti uniti, questo sì, rimaniamo diversi per provenienza, per storia, per comunicazione, per lingua, per costume, per danza, per suono, per musica.

Tutti diversi! Comprendiamo l’unico amore e diventiamo tutti capaci di un unico amore. Questa è la vera globalizzazione, quel linguaggio universale di amore di Dio, creatore del cielo e della terra. Ecco: è di un amore così che il mondo ha bisogno. Di questo amore, di questa globalizzazione, di questa comunicazione vera il mondo ha bisogno.

Infine, fratelli, la città è una Babele, il mondo è spesso una Babele, e la Babele è difficile, per tutti! E perché Babele? Perché ognuno è ridotto ad un’isola. È proprio vero: noi non possiamo essere un’isola, c’è troppa solitudine e sappiamo quanto non è facile ritrovarsi insieme, sperimentiamo tutti come è facile dividersi. Le nostre comunità non sono un rifugio, la nostre comunità, anzi, ci aiutano ad aprirci, ad andare incontro.

Alcuni pensano, e non sono pochi, che è impossibile essere insieme e si chiudono mettendosi contro gli uni contro gli altri, e si credono sicuri assolutamente e perché senza gli altri. Che tristezza, un mondo di isole.

Non c’è futuro quando l’uomo si pensa lontano dagli altri. Ma l’isola ci illude perché ci fa credere sicuri. Ma tutti noi abbiamo tanto bisogno di sicurezza, di futuro, di certezza, ma tante isole producono solo paure e violenze.

Hanno tanto, ma in realtà non trovano sicurezza. Per questo oggi siamo nella gioia: la nostra sicurezza è questa qui, un amore pieno, dove c’è incontro. Questa è la nostra sicurezza, questo è il mondo che vogliamo costruire, questo è lo spirito che ci fa aprire le porte del nostro cuore e che ci fa aprire le tante porta chiuse di questo mondo, tante porte di sofferenza.

Penso anche a tanti luoghi dove, come per esempio i CIE, la vita si perde, molte volte inutilmente. Oppure, per esempio, a come si rimanda sempre un futuro ragionevole ad esempio la cittadinanza per i nostri figli, evidente riconoscimento di una realtà: quanto, al contrario, sembra così difficile. Speriamo presto che ci sia. L’accoglienza aiuta tutti a essere migliori: non fa perdere e se accogliessimo tutti, tutti saremmo accolti.

Sorelle e fratelli, oggi si compie il sogno di Dio per gli uomini: un incontro che ci cambia, cambia tutti perché ci migliora, ci apre, ci rende capaci di amare, di un cuore più largo. Ci fa scoprire nell’altro la stessa immagine di Dio. Diversi e vicini. Diversi, che parliamo tutti la stessa lingua. Lo Spirito scende su tutti, nessuno è senza spirito. È lo Spirito che rende tutti capaci di far brillare dentro se stesso quell’immagine di Dio per aiutare gli altri, per rendere più bella e più ricca la nostra vita e questa città.

Allora impariamo tutti a parlare quest’unica lingua dell’amore. Non abbiamo paura! Oggi non abbiamo più paura della bontà e della tenerezza. Gli occhi si aprono e i piccoli comprendono i segreti del Regno di Dio.

I deboli diventano forti, siamo forti, fortissimi, perché amati di un amore grande. E questo Spirito che non si tocca, eppure genera tutto, che non si vede, eppure ci apre gli occhi, che non si sente, ma che ci fa ascoltare e capire ogni parola, che mette tutto in movimento. Sorelle e fratelli, dobbiamo tutti aiutare lo Spirito Santo, amando le persone che abbiamo intorno, amando le nostre comunità e anche ogni comunità dove ci troviamo a vivere.

Vedrete come saranno luminose! Come cambiano! Io ero in una parrocchia a Torre Angela dove adesso si è formato un coro ed il coro dei nigeriani ha aiutato il coro della parrocchia. Adesso il coro è bellissimo! Nella parrocchia c’è anche una squadra di calcio, di nigeriani e di nativi italiani.
Non abbiamo paura di questo amore!

Dobbiamo aprire le porte del nostro cuore. Crederci a questo Spirito, vederlo e comunicarlo a tanti, tutti abbiamo tanto e possiamo rendere accogliente, tutti, questa città. Tutti! L’amore si accende l’uno all’altro. Questo fuoco di Pentecoste vogliamo che raggiunga tutti, particolarmente coloro che ne hanno più bisogno.

Noi non vogliamo essere, come ha detto il nostro vescovo, dei “cristiani da salotto”, dove non c’è vita perché non c’è amore. Non vogliamo essere tiepidi, ma appassionati! Questa è la Pentecoste: una forza di amore che apre i cuori. Che rimette tutto in movimento, che mi da speranza, che mi fa correre verso gli altri, che da senso al tempo e spinge a uscire dall’io per essere davvero noi stessi e per amare questo noi che è la Chiesa.

C’è bisogno di una Chiesa così, di uomini così capaci di amare tutti, che guardano con amore, che danno fiducia, che vanno incontro, che ricordano tutto perché tutto è interessante a chi ama. Questa è Chiesa che inizia oggi, Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri, madre lieta di tanti figli e davvero lieta. Rendiamola sempre più bella con la nostra presenza e con la nostra diversità, con la testimonianza e con la nostra apertura. E vedremo una gioia nella nostra vita e vedremo anche questa città cambiare, da Babele diventare quella nuova Gerusalemme, bella come una sposa, come questa sposa che vediamo oggi qui.

 

Omelia di Mons. Matteo Zuppi”

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